editoriali
Se non sempre, quando?
di Pasquale Voza
Vorrei accogliere anch'io l'invito rivolto da Anita Sonego, soprattutto ai compagni uomini, a discutere dello "squallore" della vicenda Berlusconi e dell'intreccio tra sesso e potere in essa implicato, a partire da me stesso, dalla mia parzialità e da quel tanto di consapevolezza che ne riuscissi ad acquisire e a mettere a fuoco.
Un buon punto di partenza può essere senz'altro costituito dalla osservazione citata da Raul Mordenti su queste colonne: «Ciò che mi preoccupa non è Berlusconi in sé, ma Berlusconi in me». Naturalmente tale osservazione, per quanto mi riguarda, non può essere presa alla lettera, in termini immediati e semplificati. Lo squallore maschile di Berlusconi si colloca, senza dubbio, all'interno di un sistema costituito dalla «manifestazione italiana del culto del mercato totale» (Marco Mancassola), in connessione con i processi in atto di mercificazione estrema e pervasiva del mondo (dei corpi, delle menti, delle vite): in questo sistema il corpo-mente femminile è ancora una volta sotto attacco, in forme antiche e nuove insieme.
Io penso che sia necessario intrecciare, ai fini di una mia-nostra interrogazione della cultura patriarcale, l'oggi (le cause dell'oggi) con la "lunga durata" di quella stessa cultura. Ricordo che di fronte all'aforisma delle lotte femministe degli anni Settanta ("né puttane né madonne, ma solo donne"), cercavo allora di indagare, di capire come esso potesse parlarmi e interrogarmi, e trovai per me e per noi uomini queste parole: né cacciatori né poeti, ma solo uomini. Pensavo che caccia e poesia fossero due attività antropologicamente "eterne" dell'Uomo, e mi sembrava così di intuire le radici profonde della cultura maschile-patriarcale conficcata in me: mi sembrava di intuire come il mix, l'intreccio "nobile" di cacciatore e poeta travestisse, sublimasse, rendesse invisibile la mia reale, nuda parzialità e identità, a me stesso sconosciuta (o, forse, confinata nel sottobosco delle nevrosi e delle ipocrisie).
Ora - senza indulgere a nessun gusto del paradosso - io credo che noi maschi, quando siamo in servizio come cacciatori-poeti, nella "norma" di un rapporto d'amore con un soggetto donna, siamo potenzialmente assassini: negli occhi incantati e stupefatti con cui si guarda (scusate, passo all'impersonale), durante il rapporto sessuale (ma in genere dopo), la donna amata ("amata"), c'è una traccia potenziale di un narcisismo intimamente violento e aggressivo, sia pure declinato in mille tonalità, furenti, dolenti, tenere, compiaciute ecc.





