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Il governo demolisce sviluppo e democrazia

di Riccardo Realfonzo

Il governo Berlusconi è a un passo dalla crisi e, quel che certamente è peggio, il Paese si trova sull'orlo del baratro. Il vuoto di credibilità in cui è caduto il governo è ormai registrato dai mercati finanziari internazionali, dalle tecnocrazie europee e dalle autorità politiche del continente. Al vertice di Bruxelles il governo si è presentato preceduto dai sorrisini della Merkel e di Sarkosy, dalle pressioni della Bce per una più rigorosa politica di abbattimento del debito pubblico e dalle considerazioni del presidente dell'eurogruppo circa la possibilità che il Fondo salva-stati (Efsf) debba essere alimentato per prepararsi a sostenere l'Italia. Certo è che - al di là del bon ton e della diplomazia messa in campo a Bruxelles - la crisi di credibilità del governo non ha trovato alcun riparo nella lettera con la quale Berlusconi si è presentato al summit. Un mero documento di intenti il cui "pezzo forte" è costituito dall'accordo, stiracchiato e vergognoso, con il quale si propone un ritocco al rialzo dell'età pensionabile di vecchiaia e si aumenta ancora il grado di precarietà del lavoro. Il punto è che la politica economica del governo si è ormai rivelata un completo fallimento. I mercati finanziari registrano il dato con chiarezza. Basti guardare alla dinamica dello spread tra Btp e Bund, l'indicatore più immediatamente chiaro della percezione del rischio di investimento nel nostro Paese, che si è ormai attestato intorno ai 400 punti. E basti guardare all'orientamento assunto dalle agenzie di rating che, dopo i recenti declassamenti del nostro Paese, tornano ad orientarsi verso nuovi ulteriori riduzioni del giudizio sul merito di credito. Certo, si possono fare valutazioni critiche sull'operato delle agenzie, ma è certo che esse esprimono l'opinione prevalente presso gli operatori internazionali. Ma molto più di queste considerazioni contano i dati macroeconomici. Come è noto, con ben tre manovre in poco più di un anno, il governo ha puntato tutta la sua strategia di politica economica sui tagli alla spesa. Complessivamente, tra il 2011 e il 2014 il governo mette in campo una correzione dei conti pubblici pari al 9% del prodotto interno lordo (pil) italiano. Un'operazione da brivido, tutta concentrata sul tentativo di realizzare il pareggio del bilancio nel 2013 ed incamminarsi su un sentiero di abbattimento del rapporto tra debito pubblico e Pil. Al di là di qualsiasi considerazioni di carattere etico-sociale, il fallimento di questa strategia sta tutto nel fatto che i tagli del governo impattano negativamente sullo sviluppo del Paese, arrestandolo. Una riduzione così ampia della spesa pubblica infatti impoverisce il Paese, riduce la domanda interna e porta le imprese a contrarre i livelli di attività. Una semplice verità, questa, di cui anche il governo è costretto a prendere atto. Per rendersene conto è sufficiente sfogliare la recente "Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza" in cui il governo ha registrato la riduzione delle previsioni di crescita del Pil come conseguenza della sua stessa azione. Le manovre di Tremonti, insomma, bloccano lo sviluppo. E per di più non riescono a migliorare le condizioni della finanza pubblica, riducendo il rapporto debito/Pil. Infatti è chiaro che se nel tentativo di ridurre il debito si finisce per abbattere anche il Pil si resta sostanzialmente inchiodati al valore di partenza. Alla luce del fallimento dell'azione di politica economica del governo non giova certo accentuare il quadro restrittivo delle manovre, come vorrebbero ad esempio Alesina e Giavazzi nei loro interventi sul Corriere. Occorrerebbe piuttosto una politica economica alternativa, ben più diretta a sostenere lo sviluppo, e che trovasse le sue fonti di finanziamento nella lotta all'evasione, nella tassazione dei patrimoni reali e finanziari, nonché dei movimenti speculativi di capitale, e nella tassazione delle successioni. Ma a questo scopo servirebbe un governo con ben altro segno politico e ben altra credibilità. Un governo che potesse anche porre a tema in Europa una riflessione sul rischio, che si fa giorno dopo giorno più concreto, del fallimento dell'euro e sulla esigenza di una nuova definizione del quadro di regole dell'Unione Europea.

 

in data:27/10/2011

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