POLITICA
I vent'anni del Prc nel libro di Raul Mordenti
di Maria R. Calderoni
«E non finisce qui. La lotta di classe infatti continua. E continuerà a renderci comunisti non con il rimpianto sentimentale del comunismo che non c'è mai stato, ma con il rifiuto razionale e necessario del capitalismo che c'è. Solo questo abbiamo dalla nostra parte e, francamente, non è poco». Finisce con queste testuali parole il suo libro - Raul Mordenti, "Non è che l'inizio. Vent'anni di Rifondazione Comunista", Edizioni Punto Rosso, pag. 150, euro 10 -, ma non aspettatevi affatto un granitico testo tutto pane e Rifondazione, un percorso a occhi chiusi dentro l'amato Partito tutto mozioni, congressi, documenti, Gramsci e Marx (questi ultimi peraltro citatissimi nell'arco delle 150 pagine).
Tutt'altro. Il percorso dentro l'amato Partito avviene anzi a occhi sempre ben aperti. Perciò questa di Raul non è la «storia» di Rifondazione Comunista, ma una "rivisitazione" critica; una riflessione sentimentale - intellettuale, morale, umana - più che politica tout court. Pertanto, certo, "parziale", personale. Lo dice lui stesso con parole sue, belle, eleganti, da prof universitario: «Vorrei narrare una storia di Rifondazione, dove "una" è articolo che va preso molto sul serio: ce ne sono altre di storie, molte altre, tutte diverse e tutte legittime, e non è affatto detto che le cose che qui si sostengono siano migliori di altre. Queste però sono le mie» (il corsivo è suo, e qui il corsivo vale).
Non si tratta certo di una excusatio non petita, né di un voler mettere le mani avanti: Mordenti non si tira mai indietro né si tiene dentro niente. Rifondazione fu bellissima ma... Tanto per essere chiari, lui si attiene al celebre Kurt Tucholsky, e perciò, più che «come sono andate le cose, anzitutto voglio dire come non sono andate le cose».
E così apre il suo vaso di Pandora, piovono cani e gatti: ma sempre con anima; perché, quel «punto di indifferenza» tipico dello storico, «non è né potrà essere il nostro, di fronte a una vicenda politica che è stata tanta parte della nostra stessa vita, e che resta ancora oggi il nostro assillo e la nostra politica».
In principio fu bello, «la storia del tentativo del collettivo dei comunisti italiani di tenere duro, nonostante tutto, e di rialzare la testa in una situazione storico-politica difficilissima»; la vicenda di un partito «che ha saputo scegliere ostinatamente la sua fedeltà alla classe» e che è riuscito a «difendere o ritrovare (nonostante tutto) la sua naturale collocazione di classe, "in basso a sinistra"».
Fu bello ("nonostante tutto", il refrain dell'intero libro). Rifondazione che nasce come una scommessa «assai ardita, anzi del tutto controcorrente e dunque duplice». Rifondazione cioè che si propone in primo luogo di scommettere proprio su quello, il Partito, la forma-Partito, che da molte parti si tenta di offuscare e relegare tra le Cose di Prima, quelle che non servono più; e in secondo luogo, che si propone come «un Partito comunista, non un partito genericamente progressista o democratico o laburista o socialista, non un partito qualsiasi, ma un partito che teneva a definirsi e si definiva comunista».
Quasi inaudito, dati i tempi (e per questo Rifondazione Comunista apparve così affascinante, bella e temeraria...). Secondo la sua narrazione, per Mordenti i primi tempi della segreteria Garavini furono «un periodo politicamente straordinario»; quando si potevano trovare, «fianco a fianco e spesso su posizioni incrociate, compagni che provenivano dal Pci e da Dp, compagni trotzkisti e compagni di tradizione stalinista o maoista, giovani del movimento alle prime esperienze e partigiani, ex autonomi e compagne femministe, sindacalisti della Cgil e delle Rdb e dei Cobas, ecc.».
Quanto ad Armando Cossutta, «gli va riconosciuto il merito storico di aver consentito e avviato il processo della Rifondazione Comunista», anche se «altri e diversi furono i demeriti della sua direzione politica, primo e più grave fra tutti, a me sembra, il non aver saputo rinunciare a una sua corrente personale».
"Per un giudizio equanime della direzione di Fausto Bertinotti", si intitola così il capitolo che inizia a pagina 34. Premesso - «ma non sembri una facile e ingenerosa critica a posteriori» - che «già il modo in cui il Prc scelse Bertinotti come segretario (principale artefice Armando Cossutta) fu davvero assai singolare, indice di una gravissima crisi del Partito», la segreteria bertinottiana per Mordenti segnò «una svolta in avanti di Rifondazione», sopratutto dal punto di vista mediatico. Ciò significò indubbiamento successo e innovazione; ma anche l'inizio di quel processo di personalizzazione, che ha portato con sé l'istituzionalismo, il burocratismo, il correntismo: tutta roba che bene non ha fatto al Partito. Così che «la personalissima cultura politica di Bertinotti ha rappresentato il maggior pregio della sua segreteria e però, al tempo stesso, il suo principale difetto».
A Vendola riserva strali acuminati, «coraggioso gay per i laici ma anche devoto di Padre Pio per i cattolici integralisti; fautore di spregiudicati patti elettorali coi vertici della Fiom e con le forze del movimento, e, però, ora basta chiamarsi compagno...», ecc. E se non è certo risparmiato il congresso di Venezia, a quello di Chianciano va dato il merito di avere salvato il Partito, ciò «che non era né facile né scontato». E però quel congresso si porta dietro la tara di non essere riuscito a sconfiggere il "mostro a tre teste", come Mordenti lo chiama: cioè il già vituperato «istituzionalismo, burocratismo, correntismo».
Imperdonabile (e qui Raul si fa Savonarola).





