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Magreb in rivolta: voci dalla Rete

«America ti amo, per una volta comportati secondo i tuoi principi e non secondo i tuoi interessi». Così scriveva il blogger egiziano Sandmonkey alla vigilia del discorso di Obama sull’Egitto in rivolta. Slim, altro blogger tunisino, gli faceva eco in rete, spiegando che l’Intifada per il pane in Tunisia è scoppiata perché i giovani erano stufi di vivere in una dittatura, senza lavoro e prospettive per il futuro, angariati e controllati da una polizia violenta e una famiglia presidenziale corrotta. Nello stesso periodo, un diciannovenne tunisino su Facebook scriveva: «Se volete sapere cosa sta realmente succedendo qui da noi, spegnete la tv e accendete Internet». E proprio da Facebook è partito un appello alla comunità internazionale e a Zuckerberg, inventore del celebre social network, per salvare il grande patrimonio di foto, video e commenti creato dai tanti testimoni delle atrocità della repressione. Perché la «rivolta dei gelsomini» in Tunisia come quella egiziana sono iniziate da lì: dalla Rete. Unico spazio di libertà strappato dai giovani ai regimi. Ma cosa è successo veramente in Magreb all’inizio del 2011? Mubarak ha dichiarato che non si ripresenterà alle elezioni di settembre, dopo oltre trent’anni che teneva sotto gioco l’Egitto. Ben Ali e la sua corrotta famiglia sono scappati all’estero, lasciando la Tunisia. Bouteflika in Algeria resiste, ma anche lì l’aumento del prezzo dei beni primari e la disoccupazione giovanile a tassi impressionanti rischia di far esplodere una polveriera di malcontento e disperazione. A far succedere le rivolte non sono state, questa volta, opposizioni pilotate, ma un malcontento popolare esteso. Solo che a differenza di altre rivolte scoppiate negli anni precedenti, questa volta i tempi erano maturi perché i tiranni cadessero. Anche l’informazione ha giocato un suo ruolo: a differenza del passato, infatti, l’accesso più diffuso a Internet ha permesso che molti sapessero quello che succedeva nelle altre città e che trovassero forza e solidarietà nel confronto. «L’oscuramento dei media, la disinformazione e la censura continuano a mostrare i propri limiti. Non siamo mai stati così ben informati su quanto va accadendo. La condivisione istantanea e in forma virale di fotografie, video e testimonianze da parte dei manifestanti su Facebook e Twitter è stata molto intensa sin dall’inizio del movimento. Il confine fra il mondo reale e quello virtuale non è mai stato così sottile». Slim scrive dal centro della rivolta, la Tunisia, il suo primo post, e subito il blogger marocchino Hisham si attiva e riprende anche nel suo paese le notizie. La solidarietà degli internauti è totale. Per capire l’importanza di Internet nelle rivolte maghrebine di questo periodo, basti pensare che all’inizio degli scontri, mentre la tv di Stato tunisina trasmetteva un concerto di musica classica e non aveva mai dato notizie di manifestazioni o disordini nel paese, dal Marocco Moorish Wanderer scriveva su Twitter: «Mi preoccupa il fatto che #ZABA (Zine El Abidine Ben Ali) abbia chiamato l’esercito. C’è stato qualche caso di ammutinamento fra esercito/ polizia? Perché altrimenti si prospetta un bagno di sangue » (l’asterisco che leggete prima dei nomi è uno dei metodi usati dai giovani per sfuggire alla censura). In Mauritania Nasser pubblicava su Twitter i primi nomi delle vittime nella zona di Kasserine, dove c’era stato un massiccio spiegamento di truppe, prima ancora che i nostri giornali occidentali sapessero che in Maghreb c’era un problema: «Ecco i nomi di alcuni assassinati questa sera dal #Regime tunisino: Marwane Jamli, Mohamed Oumari, Ahmed Boulabi, Nouri Boulabi, Abdelkader Boulabi». Nel frattempo, la blogger Lina Ben Mhenni si era recata a Regueb nella regione di Sidi Bouzid, dopo che il giovane laureato Mohamed Bouazizi si era dato fuoco, dando il via alla protesta popolare, perché la polizia gli aveva confiscato la bancarella su cui vendeva frutta e verdura. Lina descriveva con queste parole quello che aveva visto, mentre l’informazione ufficiale taceva: «Questa sera sono andata a Regueb, dopo aver saputo degli scontri tra i dimostranti e la polizia, e della morte di varie persone uccise dai proiettili della polizia. Oggi sono state uccise 5 persone: Manel Boallagui (26), madre di due bambini, Raouf Kaddoussi (26), Mohamed Jabli Ben Ali (19), Moadh Ben Amor Khlifi (20), Nizar Ben Ibrahim (22). Adesso non posso raccontare i dettagli! Lo farò più tardi. Saranno le foto a parlare». Le prime immagini di quanto accedeva a Sidi Bouzid sono arrivate da Youtube e solo dopo tre giorni gli altri media tradizionali ne hanno parlato. E’ la stessa Lina ad avvisare gli internauti, amici della blogosfera, che la rete è sotto controllo e la polizia censura le e-mail. Anche dall’Algeria le informazioni trapelano grazie alla Rete. «Noi algerini ne abbiamo abbastanza. A questo punto si tratta di Hogra, dignità. Nonostante la propaganda governativa secondo cui gli scontri sarebbero avvenuti solo a causa dell’aumento del prezzo del pane, l’Algeria soffre di problemi ben più seri. Problemi politici concreti. Si tratta di una crisi politica che dura da oltre 20 anni; in realtà dal 1962 (anno del referendum per l’indipendenza dalla Francia)», scriveva la blogger Hchicha in un video postato su Youtube, ora rimosso. Prima che la situazione in Egitto diventasse rivolta, su Facebook girava una voce collettiva, riunita in un gruppo, potente, deflagrata poi in un malcontento generazionale senza precedenti: «Siamo tutti Khaled Said». Un appello a unirsi e protestare. Migliaia le persone che hanno risposto al richiamo e si sono date appuntamento in piazza Tahir il 25 gennaio 2011 per dire basta al regime di Moubarak. Khaled era un giovane blogger che aveva messo in rete delle immagini che dimostravano la violenza e la corruzione della polizia egiziana, il 6 giugno 2010 era stato prelevato da alcuni poliziotti in un Internet caffè e massacrato a forza di botte nella strada. Mentre nessun giornale ne parlava, la foto del suo volto sfigurato, senza più la bocca, ha fatto il giro della rete, scatenando proteste e indignazione. Come nel caso di Mohamed Bouazizi in Tunisia, le autorità hanno represso, ucciso e taciuto, mentre la Rete ha gridato, ripreso e diffuso.

Tratto dal libro di Sara Picardo "Net@twork", Ediesse, pag. 192, Euro 10

in data:10/12/2011

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