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SPETTACOLI
“Comando e Controllo”, la gestione de L’Aquila oltre il velo della fiction
Un docufilm racconta l’operazione mediatica e di potere della tragedia del terremoto
Comando e controllo. Queste due parole non sono un titolo qualsiasi per un docufilm che racconti la deriva autoritaria della gestione del potere in Italia attraverso le emergenze e le trasformazioni avvenute, negli ultimi anni, nel Dipartimento Nazionale della Protezione Civile.
Comando e controllo non sono parole a caso, ma il nome scelto per il quartier generale della Protezione Civile: Direzione Comando e Controllo. «E, come si sa, a certi livelli le parole da usare sono sempre studiate nei minimi particolari» commenta Alberto Puliafito, regista del docufilm (iK produzioni), reduce dal successo del documentario diaristico Yes We Camp, presupposto ideale per Comando e Controllo – uno stato in emergenza.
Alberto e Fulvio Nebbia, produttore del docufilm, avrebbero avuto l’imbarazzo della scelta su dove presentare, in Italia, il loro lavoro, soprattutto avvicinandosi il primo anniversario del terremoto che ha distrutto L’Aquila. Hanno però deciso di presentarlo oltreoceano, a New York, il prossimo 6 aprile, presso il Global Studies of the Eugene Lang College, tra la quinta e la sesta strada, in piena Manhattan. Alla proiezione del film, seguirà un dibattito al quale, oltre ad Alberto e Fulvio, parteciperanno Anna Di Lellio, «aquilana trasferita negli Usa», come ama definirsi, sociologa, giornalista e consulente delle Nazioni unite per le aree di crisi e di emergenza, e Alexander Stille, scrittore e giornalista del New Yorker, nonché corrispondente de La Repubblica.
Il motivo che ha portato regista e produttore di Comando e Controllo a lasciare l’Italia proprio nei giorni del “ricordo” de L’Aquila, è «per non dividere in un momento in cui è giusto stare tutti insieme nel ricordo» spiega Alberto. Già, perché Comando e Controllo tutto è fuorché un’opera che unisce. Siamo certi che anche questo docufilm, come avvenuto per Yes We Camp, non avrà vita facile, come dimostra il fatto che, ad oggi, a poche ora dalla sua anteprima mondiale, non ha ancora nessun accordo con alcuna casa di distribuzione.
In fondo, non c’è da sorprendersi visto che in Comando e Controllo non viene risparmiato nessuno: si parte dalla fiction, interpretata da Bertolaso & Co., della riunione, in data 1 aprile 2009, della Commissione Grandi Rischi in cui venne detto agli aquilani, spaventati dalla scossa di magnitudo 4 della precedente, di stare tranquilli e di bersi un bel bicchiere di Montepulciano; si passa attraverso la «vacanza a spese dello Stato», come disse Berlusconi agli sfollati mandati negli alberghi sulla costa dopo il sisma e si arriva alla consegna non delle case, come raccontato da Vespa, ma delle “C punto A punto S punto E punto”. C.A.S.E. Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili. Tutto questo è stato il cosiddetto “Miracolo aquilano”. Peccato, però, che la fiction anziché terminare con gli aquilani, ormai lobotomizzati dal comando e dal controllo esercitato dalla Protezione Civile, termina con il “popolo delle carriole” che forza la zona rossa, entra in piazza Palazzo e, con secchi e pale, inizia, dopo nove mesi, a ripulire il centro de L’Aquila dalle macerie.
Un finale a sorpresa, non tanto per lo spettatore del docufilm, quanto per chi, con il metodo Augustus, ha teorizzato come portare a termine la “conquista” di un intero territorio moralmente e fisicamente provato da una tragedia, come appunto un terremoto.
«Perché in fondo» spiega Alberto Puliafito, che per girare Comando e Controllo ha vissuto otto mesi a L’Aquila, prima in tenda, poi ospite di una famiglia che aveva costruito nel proprio cortile delle case in legno, «il terremoto del 6 aprile 2009 altro non è stato che la scintilla per dar vita alla “schock economy”». In fondo, il Piano C.A.S.E. era già pronto in un cassetto. In fondo «altro non è che una “Milano 2” pronta all’uso: quello che mancava, era solo una tragedia che, per fortuna di qualcuno, è arrivata il 6 aprile 2009».
Nel film si susseguono volti e parole, tutte unite da un filo conduttore che possiamo racchiudere in un’unica frase: «la realtà è un’altra cosa, non è quello che fanno vedere alla tv». Una frase valida per ogni frame di telegiornali o di programmi come Porta a Porta. Gli aquilani, stanchi dal Comando e Controllo nelle tendopoli, dove non si potevano fare volantinaggi o tenere assemblee, era vietato bere caffè o mangiare cioccolato in quanto sostanze “eccitanti”, spiegano la frustrazione nel vivere non in una tenda, ma in un set televisivo. È così che il manuale teorico della Protezione Civile “nuovo corso”, fatto di appalti e grandi opere, di grandi eventi e grandi emergenze, ha trovato applicazione. È L’Aquila che, in pochi mesi, da scenario di una grande emergenza, il terremoto, si è trasformata in sede di un grande evento, il G8.
Così, Comando e Controllo, per tutta i settanta minuti di durata, è il luogo in cui all’informazione si contrappone la controinformazione. Quella scritta, fotografata, ripresa, raccontata dagli aquilani stessi. Alcune parole chiave si ripetono, martellanti: costa, tende, cavie. Altre si sentono sfumate, in lontananza, ma opprimono: esercito, militarizzazione. «Perché vivere sei mesi in una tenda è una tragedia» racconta una sfollata. «Viverne sei in un albergo» risponde un altro sfollato «è un dramma». È così che si distrugge il tessuto sociale di un territorio, disperdendo quella che una volta era una comunità. È così che si infantilizza chi avrebbe bisogno di aiuto per far si che da quell’aiuto si diventi dipendenti.
Alla fine una domanda: come si fa a combattere un sistema gestito da un santo, San Guido da Bertolaso? Per questo, dal film, quella che può sembrare una semplice coincidenza agli occhi meno attenti, assume valore di momento di svolta: a fine gennaio la Protezione Civile lascia L’Aquila. Nell’ultima domenica di febbraio 6mila cittadini, come risvegliati, si vanno a prendere le macerie delle loro case. Perché “L’Aquila si può ricostruire in comune” recita uno striscione. “Smaltiamo i commissari, ricicliamo le macerie” risponde un altro lenzuolo trasformato in dazebao. Il tutto mentre la folla urla «3e32, io non ridevo».
Ma quella raccontata in Comando e Controllo non è una storia che riguarda solo L’Aquila: «è la storia» spiegano Alberto Puliafito e Fulvio Nebbia «di un modello di gestione del potere autoritario, ma dal volto gentile, che si sta imponendo in Italia». Un potere che può agire in deroga alle leggi dello Stato in ogni campo. «Un potere assoluto» spiega Alberto, mutuando il titolo del libro-inchiesta del giornalista Manuele Bonaccorsi «che sta rapidamente e silenziosamente erodendo spazi importanti di democrazia». Un modello già riproposto a Chiaiano e in Val di Susa, riproponibile sullo Stretto di Messina o per far sorgere in ogni angolo del paese centrali nucleari. Un modello sperimentato per i G8. Riproponibile per l’Expo di Milano.
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Intelligente, coraggioso, rivelatore. Agghiacciante.
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