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Il nostro amico Eric Cantona, monsieur le Président

Non storcete il naso, non provateci neanche. Eric Cantona alla presidenza della Francia, al di là del folklore, sarebbe un miracolo umano e politico. Non solo perché con Ken Loach il nostro condivide molto di più del meraviglioso film Looking for Eric, ma anche perché Eric politica la fa da parecchio. Dalla parte “sbagliata”, quella degli umili e perdenti, quella che ti attira le critiche dei giornalisti paludati e addomesticati, dei politici di professione, del Sistema. Non è Beppe Grillo, Cantona, anche se ai superficiali potrebbe sembrarlo, è uno che rispetta un paese che gli ha dato poco - lui è inglese dentro e francese di nascita - e che vorrebbe restituito per sé e per chi «come lui è cresciuto per strada questo stesso rispetto». Respect, non a caso, è anche il nome di un movimento d’opinione e di ribellione anglosassone a cui “il suo amico Ken” ha dato e dà molto. L’ho conosciuto a Cannes, nel 2009, e già allora, parlava di cinema e politica nel suo futuro. Il calcio no. Lo ha amato follemente, ne è stato ricambiato con un trasporto che, forse, è simile solo, per intensità e corrispondenza emotiva con i propri tifosi, a ciò che ha vissuto e fatto vivere Diego Armando Maradona, suo grande amico. “Anima affine” disse lui, a dir la verità, in quella chiacchierata e aveva ragione: entrambi hanno il vizio di dire quello che è giusto per gli altri, soprattutto se finisce per danneggiare se stessi. Hanno avuto tutto e vogliono restituirlo.
Il centravanti che fece impazzire l’Old Trafford, come mai fino ad allora e come mai più, ha lasciato lo sport attivo a poco più di 30 anni, intuendone la fine dell’epoca romantica e la propria voglia di essere anche molto altro. E così ha iniziato un percorso strutturato, non improvvisato di crescita personale e di consapevolezza sociopolitica. Sappiamo che calciatori-politici non ne sono mancati: Gianni Rivera in Italia, ora Cafu in Brasile, George Weah che ha perso le presidenziali in Liberia prima come candidato alla poltrona di vertice e poi come vicepresidente. Ma Eric è qualcosa di ancora diverso: non è il Rivera che entra nella classe dirigente, rappresentandola con una certa dignità, né il Cafu che rimane comunque in ambito sportivo, non è l’estemporaneo populista Weah che vuole salvare il suo paese martoriato con la forza della sua popolarità. Non è forse neanche Eto’o che, tutti sostengono, voglia “comprarsi” il Camerun con i soldi russi per salire ai vertici del potere e cambiare le cose. Eric ha una mente politica e ribelle, ha l’idealismo incazzato di chi ha morso la vita fin da piccolo ma anche quell’ironia naturale e un po’ surreale di chi non ha paura delle imprese impossibili, delle sconfitte annunciate. Delle guerre da combattere semplicemente perché sono giuste, di quelle senza nessuna altra arma se non la propria voglia di cambiare il mondo. Due esempi? Il sindacato mondiale dei calciatori, messo su proprio col Pibe de Oro. Le hanno tentate tutte, anche far riprendere una loro riunione dai giornalisti. Erano vestiti da stilisti impazziti, per farsi notare, e tirarono giù un decalogo di regole che, forse, ora ci avrebbe risparmiato molti scandali, dalle scommesse alla tratta dei calciatori del terzo mondo, ignobile schiavitù moderna. Blatter e Havelange, due che a confronto Craxi o la cricca sembrerebbero delle educande, tagliarono loro le gambe: screditandoli, ridicolizzandoli, massacrandoli mediaticamente. Eppure, a leggere ora i loro documenti, levandone la patina di ingenuità, ritroviamo tutti i nodi venuti al pettine nell’ultimo ventennio di calcio giocato e non.
L’altra, molto più recente, è la battaglia contro le banche. Il 7 dicembre 2010 era la giornata dello “Stop Banque”. Con soli due mesi d’anticipo annunciò la sua protesta: «Basta attaccare il sistema con manifestazioni o bandierine sventolate, colpiamolo al cuore. Nello stesso giorno ritiriamo tutti i nostri risparmi: se lo faremo in 20 milioni il sistema crollerà». L’autunno è passato con attacchi politici e mediatici, la rivolta è stata un flop. Ma Eric, che pure nella sua Marsiglia ritirò una cifra definita “simbolica” (ma comunque consistente) se pure sbagliò la tattica- zemaniana non aveva sbagliato obiettivo, come purtroppo sappiamo.
Ora Cantona, faccia da scugnizzo un po’ scozzese e un po’ marsigliese, sembra fare sul serio. Non parla - per ora - ma cerca le firme per la candidatura alle presidenziali. Non gli basta più la Fondazione Abbé Pierre, che aiuta i bisognosi e i meno abbienti, soprattutto nella ricerca dell’alloggio. O forse sì.
Già perché Eric The King (così lo chiamavano nella “sua” Manchester) è abbastanza intelligente da sapere che se anche i 500 sindaci a cui ha chiesto l’autografo necessario sosterranno la sua corsa alla poltrona più importante di Francia, per lui sarebbe irraggiungibile persino il ballottaggio. Anche se a giudicare dai suoi gol, dalle sue partite, dalle sue discese ardite (il tifoso colpito col calcio volante) e risalite (due grandi ritorni sul campo dopo momenti difficili, dopo il Leeds e dopo la maxisqualifica), si direbbe che nulla è impossibile per lui. L’ex attaccante sa bene che questo mondo ha bisogno di eroi e soprattutto di uomini che sanno con acume sfruttarne le debolezze. E se urla contro le banche non è perché spera di vincere, se tenta di sgambettare Fifa e Uefa non è perché spera di farcela. E se corre all’Eliseo, lo fa solo per tenere alta l’attenzione e la tensione su una Francia che sta crollando sotto il peso della grandeur sarkozyana, dell’asse con la Germania, di una nazione che si autorappresenta come potenza e si ritrova a soffrire di un’epidemia sociale di povertà. Come tutta l’Europa. Non parla, nella lettera che sta girando nei municipi francesi, con la prima persona singolare se non per definirsi «un cittadino impegnato e preoccupato per le sorti del Paese» e per questa ragione si sente in dovere di «intervenire e prendermi delle responsabilità». Questo splendido 45enne fa un appello collettivo ai concittadini, non una chiamata alle armi per alimentare il proprio potere personale. Parla al plurale, come pochi altri, ormai, fanno. «Mi rivolgo a voi per mandare un messaggio semplice ma chiaro, un messaggio di verità e di rispetto. Un messaggio per le milioni di famiglie la cui sofferenza è stata dimenticata. Questo è un modo per far conoscere un problema molto importante». E allora ci immaginiamo il finale del film di Loach, con decine di uomini con la maschera di Cantona a riportare giustizia, con le buone e con le cattive. E capiamo che questo è Eric Cantona, quello che in <+Cors>Looking for Eric<+Tondo> racconta al precario che lo vede come nume tutelare e idolo, che la cosa più bella che ha fatto non è uno dei suoi gol pazzeschi, ma un assist. Appunto.

Boris Sollazzo

in data:11/01/2012

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