CULTURA
"Schiavi", in un documentario sfruttamento e liberazione
Sfruttamento e liberazione. Il documentario Schiavi, trasmesso dalla RAI a DOC3, «è un viaggio attraverso la penisola – ci spiega il regista, Giuseppe Laganà - alla ricerca di tre storie di migranti e ordinaria schiavitù: la nigeriana “Miss Lagos”, passata dall'inferno della prostituzione a quello della malattia; Aboubakar, un ragazzo massacrato di botte in un campo di pomodori del foggiano che ha trovato il coraggio di denunciare il suo sfruttatore, e James, dal Ghana, che raccoglieva arance a Rosarno, è stato picchiato brutalmente e poi ha lavorato da uomo libero nelle terre confiscate alla criminalità organizzata dall'associazione Libera».
Chi gestisce la moderna schiavitù?
Sono sistemi complessi. La prima organizzazione, legata alla tratta delle prostitute, è nigeriana e assume una valenza transnazionale, in quanto dall'Africa si dirama in una fitta rete di altri nuclei all'interno di ogni stato europeo. La seconda riguarda lo sfruttamento dei migranti appena sbarcati in Italia, anche a causa delle restrizioni legate alla legge sull'immigrazione, che si ritrovano nelle maglie di una schiavitù da caporalato: Aboubakar, come tanti altri, per riempire un cassone di pomodori alto come un uomo, sotto il sole, guadagna 3 euro e 50, e se arriva a mettere insieme 10-15 euro per 10-11 ore di lavoro è tanto. La raccolta delle arance, invece, è gestita dalla N'drangheta.
Qual'è il minimo comun denominatore delle tre storie?
Rappresentano una forma di riscatto. Precipitando nella malattia, Miss Lagos paradossalmente ha trovato la forza di rivolgersi ad un'associazione umanitaria. Aboubakar ha denunciato il proprio sfruttatore ricevendo anche il permesso di soggiorno per motivi di giustizia, James è rimasto coinvolto nelle aggressioni successive alla rivolta di migranti di Rosarno e in ospedale ha incontrato i ragazzi della cooperativa della Valle Del Marro.
Di che cifre si parla?
Difficile dirlo, non si sa quante persone arrivino e lavorino in Italia. Riguardo alla prostituzione nigeriana, ad esempio, il procuratore David Mancini parla di centinaia di migliaia di ragazze in Europa, con un business mastodontico: ognuna deve corrispondere alla propria sfruttatrice, la “madame”, circa 60 mila euro, oltre a un “regalino” di altri 10mila.





