Guido Caldiron «-- Capolettera -->C-- Capolettera -->redo che la vicenda di Erich Priebke, la cui eco è arrivata in questi giorni anche in Francia, ci dimostri come la memoria della guerra civile europea non possa essere considerata come un fatto lontano che non ci riguarda più. Non si tratta di un passato dal quale prendere le distanze, e questo non solo perché gli attori di allora sono ancora tra noi, ma di una storia che ci tocca ancora tutti. La forma di libertà accordata in un primo momento all'ex capitano delle Ss ha prodotto giustamente un'ondata di indignazione, ora ci deve essere una piena assunzione di responsabilità politica per quanto è accaduto». Raggiunto al telefono nel suo studio di Parigi Enzo Traverso commenta così il nuovo capitolo dell'affaire Priebke - la concessione, subito rientrata dopo le proteste, del permesso di uscita per lavorare accordata all'ex ufficiale nazista responsabile della strage delle Fosse Ardeatine. Tra i maggiori storici europei dell'Olocausto - è tra i curatori della Storia della Shoah , un'ampia opera proposta dalla Utet di cui sono già usciti i primi due volumi - docente di Scienze Politiche all'Université de Picardie "Jules Verne" di Amiens, Traverso è autore di numerosi saggi - tra cui Gli ebrei e la Germania (1994), La violenza nazista (2002) e Auschwitz e gli intellettuali (2004), tutti editi dal Mulino, Cosmopoli (2004) e Il passato: istruzioni per l'uso (2006), pubblicati da Ombrecorte. Il suo ultimo libro, A ferro e fuoco (pp. 274, euro 23,00) appena uscito per il Mulino analizza l'epoca della "guerra civile europea" che si è consumata tra il 1914 e il 1945. L'età della "guerra totale" è, per così dire, osservata dalla linea del fronte, mettendo al centro dell'indagine, come spiega lo stesso Traverso «gli attori della violenza, coloro che la esercitano e coloro che la subiscono». «Si tratta in altre parole - aggiunge lo storico - di riequilibrare la prospettiva storica ridando visibilità agli attori, sia vincitori sia vinti, delle guerre e delle rivoluzioni. Occultati da una memoria del XX secolo come età del totalitarismo e dei genocidi, essi hanno conosciuto un'eclisse e, scomparendo, hanno portato con sé alcune preziose chiavi di lettura del secolo trascorso». Per fare questo, dopo aver analizzato in passato la percezione che gli intellettuali ebbero della catastrofe che annientò l'ebraismo europeo, Traverso prende in esame prima la trasformazione della violenza e della guerra lungo quel trentennio di ferro e di fuoco e quindi il ruolo che giocarono la cultura e gli intellettuali nell'incendio del Continente.
Partiamo dalla definizione stessa di "guerra civile europea", usata da Ernst Nolte ma anche da altri in modo talvolta contraddittorio. In questo caso di cosa si tratta? Il concetto di guerra civile europea è largamente diffuso, nel senso che è stato utilizzato da moltissimi autori fin dagli anni tra le due guerre mondiali anche se il solo ad averlo sistematizzato è stato lo storico conservatore Nolte il quale ha scritto un libro che porta questo titolo. Solo che la "sua" guerra civile inizia nel 1917: Nolte arriva ad interpretare addirittura i crimini del nazismo come una copia della violenza bolscevica nella quale lui vede la matrice dei totalitarismi e delle violenze del Novecento. Evidentemente io non condivido questa interpretazione. Per me la guerra civile europea inizia nel 1914 con lo scoppio della Grande guerra, con il crollo dell'ordine europeo ottocentesco che era stato fissato a Vienna nel 1814 dopo le guerre napoleoniche. Attraverso il concetto di guerra civile europea non voglio perciò definire un evento quanto piuttosto un'epoca. Cerco cioè di catturare il senso di un ciclo storico di trent'anni le cui frontiere sono definite da due guerre mondiali. Pur essendo consapevole dei problemi metodologici che implica, credo che l'uso del concetto di guerra civile europea sia pertinente perché la guerra mondiale che scoppia nel 1914 assume tratti nuovi che rimettono in discussione il vecchio paradigma della guerra che era stato fissato nell'Ottocento da Clausewitz, vale a dire la guerra pensata a partire da una stretta correlazione tra Stato, esercito e popolo. Ebbene a partire dal 1914 questo schema è rimesso completamente in discussione. Si apre allora un'era di conflitti che attraversano gli Stati e ne minano l'unità, che attraversano i popoli e le nazioni, fratturano gli eserciti. Tutte le guerre che seguiranno in quel trentennio, anche se scoppiano come guerre tra Stati finiscono poi per assumere i tratti delle guerre civili, vale a dire una guerra che non tende a un accordo di pace, ma che punta alla distruzione del nemico, durante la quale non si rispetta più il diritto della guerra, nella quale non si fa più alcuna distinzione tra combattenti e civili. Una guerra che prende sempre più i tratti della crociata ideologica. Insomma ciò che non si potrebbe definire che nei termini di una guerra civile.
Per lei si tratta di definire attraverso questa cifra alcune delle caratteristiche del Novecento oggi trascurate se non negate del tutto? Sono partito dalla constatazione che oggi è maggioritaria una lettura del Novecento che difinirei unilaterale o mutilata. Ci sono voluti decenni perché le vittime delle violenze del 900 in Europa, e in particolare quelle della Shoah e dello stalinismo ottenessero un giusto riconoscimento nello spazio pubblico e quindi entrassero a far parte della nostra memoria storica. Quando questo è avvenuto si è però proceduto a una ri-lettura del 900 come età della violenza, finendo per fare delle vittime non solo i testimoni ma in un certo modo anche i protagonisti del secolo che è così stato ridotto a uno scontro binario tra carnefici e vittime. L'umanitarismo è stato usato come una categoria interpretativa analitica e non solo come una categoria etico-politica. Se si vuole però capire davvero cosa è stato il 900, bisogna interrogarne tutti gli attori, compresi gli attori politici che fanno scelte politiche che implicano anche il ricorso alle armi, alla violenza.
In "A ferro e fuoco" sembra di leggere una denuncia contro la quasi messa al bando odierna di quanti combatterono contro il fascismo per costruire libertà e democrazia? Credo di aver fatto una scelta di campo molto esplicita - riconoscendo in questo anche quegli elementi soggettivi dello studioso che contribuiscono a orientare le sue scelte e lo rendono più o meno empatico rispetto agli attori del passato. Dal punto di viste dell'eredità del Novecento la mia posizione è molto chiara: non si può mettere sullo stesso piano fascismo e antifascismo, le democrazie che esistono oggi in Europa con tutti i loro limiti sono eredi dell'antifascismo, almeno nell'Europa continentale. Non è che non veda le contraddizioni dell'antifascismo, che va storicizzato anche criticamente, riconoscendone in particolare la cecità se non talvolta il sostegno acritico nei confronti dello stalinismo e l'incapacità di coglierne la dimensione totalitaria e, dall'altro, l'incapacità di cogliere la dimensione sterminatrice dell'antisemitismo nazista. Ma nonostante questi limiti l'antifascismo è l'esperienza storica che ha permesso di superare l'epoca dei fascismi e la minaccia del nazismo e che ha permesso di ricostruire delle democrazie. E oggi respingere questa eredità, come viene fatto da più parti in Italia, significa nei fatti indebolire e rendere fragile la nostra stessa democrazia e renderla più vulnerabile perché dimentica di un'epoca in cui è stata distrutta e cancellata per molto tempo dal fascismo.
La novità della guerra tecnologica incontra nelle pagine del libro la costruzione dell'immaginario del conflitto, il nuovo ruolo assunto dagli intellettuali. Un drammatico annuncio di quanto conosciamo ancora oggi? Il punto di partenza non può che essere la profonda trasformazione che attraversa l'immaginario collettivo dell'epoca traumatizzato da una irruzione della violenza nelle società civili. La grande guerra è un momento di trasformazione profonda dell'Europa, il Vecchio Continente scopre allora le forme del massacro industriale, la guerra come violenza tecnologica pianificata, la guerra dei grandi apparati di distruzione, la guerra non più come conflitto tra eserciti ma come guerra totale che colpisce profondamente le società nel loro insieme. Quindi la guerra come trauma collettivo in cui l'Europa scopre la morte anonima di massa e in cui conosce un processo di assuefazione alla violenza e al massacro. Fa perciò l'esperienza della perdita di valore della vita umana. Così nel primo dopoguerra la violenza sperimentata al fronte viene introdotta nelle lotte politiche dei diversi paesi. La paura, a partire dalle esperienze terribili vissute dai soldati nelle trincee e poi attraverso canali diversi e in modo quasi sotterraneo, si diffonde nella società. Inevitabilmente in questo contesto il ruolo degli intellettuali cambia. Il mio primo interesse su questo tema è quello di evitare un malinteso oggi diffuso che è quello di proiettare retrospettivamente le categorie della democrazia liberale oggi dominanti su un passato e su un contesto storico profondamente diverso dal nostro. Non si può interpretare l'Europa degli anni tra il '14 e il '45, un'epoca che sul piano della cultura politica, solo per fare un esempio, produce figure come quelle di Walter Benjamin o ancora di Gramsci e Trotski o di Junger e Schmitt dall'altro lato, con le categorie diffuse oggi che sono quelle dell'agire comunicativo di Habermas o del concetto di democrazia di Bobbio. E' un contesto diverso, nel quale la cultura politica è attraversata dai conflitti della società e in cui il rapporto tra violenza e politica emerge in termini nuovi e drammatici. In cui l'intellettuale non può più rimanere al di fuori del conflitto che attraversa la società, si sente interrogato e spinto a prendere una posizione, a fare delle scelte e queste scelte sono delle scelte combattenti. Il pacifismo che conosce una grande ondata anche emotiva alla fine della grande guerra perde terreno e lascia spazio a scelte politiche che sono scelte di campo e che diventano poi anche scelte militari. E' questa la trasformazione della figura dell'intellettuale che sta al centro della mia ricerca, trasformazione che ho sintetizzato nella formula del "passaggio dal chierico al soldato". Come mostrerà in modo evidente la Guerra civile spagnola gli intellettuali si schierano - dall'una o dall'altra parte, con il fascismo o contro di esso - ma non possono più essere degli osservatori o degli analisti distanti e distaccati.
21/06/2007 |